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Non era Capodanno senza un rametto di vischio

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Non era Capodanno senza un rametto di vischio

- Oggi è un’usanza che va di meno, ma in un’altra epoca (dico di quando avevo i cavei lunghi sulle spalle e la barba corvina) era un’occasione che se non la sfruttavi commettevi un delitto: alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno baciare sulle labbra una ragazza sotto il vischio appeso sopra una porta era certezza di cose sperate. Tuttavia, proprio in quell’epoca, parlo del 1970, mezzo secolo fa, la solita influenza malignazza m’impedì di andare a Firenze dalla bella del momento che tanto poi m’invischiò lo stesso.
Il potere del vischio è una leggenda, norrena o forse solo celtica che quelli lì, è noto, sono stati di casa a Sprugolandia. Panoramix, il druido creatore della magica pozione che rendeva les Gaulois invincibili, lo recideva dal tronco delle querce con il colpo secco di un argenteo faussìn.
Sta di fatto che quel modo di salutare l’anno nuovo era tradizione molto consolidata da ‘ste parti e per le festività decembrine non c’era fioraio che accanto ad anemoni e ranuncoli non esponesse ramaglia intrecciata, spesso anche dorata, di questa pianta strana che non abita né sopra né sotto la terra ma si abbarbica alla pianta da cui trae la linfa che nutrendola la cresce.
Per questa sua natura non ci volle molto che la si considerasse pianta magica, simbolo di fortuna e prosperità e anche (soprattutto) di amore felice. Un secolo fa, al tempo degli antenati, non averne almeno una in casa per Natale, più che segno di trascuratezza, era sfidare la buona sorte.
Per questo, giusto la Vigilia del Natale 1920, tale Tava, redattrice della rubrica mondana del quotidiano sprugolino Il Tirreno tanto indecifrabile quanto ineffabile, facendo la storia della tradizione, raccomanda caldamente la presenza di un po’ di vischio in ogni abitazione, magari solo un rametto se il borsellino, parsimonioso oppure miserello, non consente di più. Ma almeno uno, è un imperativo categorico, ci deve essere perché dalla notte dei tempi o quasi, quel rametto rende solenne con il suo esserci la grande festa che saluta i due anni, l’uno in partenza e l’altro in arrivo.
Oggi il posto occupato dal vischio è stato preso dalle stelle di Natale che però non hanno, diciamoci la verità, il fascino dei rametti di vischio dorati e intrecciati, stretti da un fiocchetto rosso. Anche perché il vischio si poteva porre senza problemi al di sopra degli stipiti, ma chi si fiderebbe di mettere in quel posto il vaso delle stelle di Natale? Ne va dell’incolumità personale.
Comunque, con o senza vischio in casa, cerchiamo di vivere nella serenità, almeno ora che forse s’intravede qualche luce là in fondo.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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